La signora dei calamari


Roma. Primavalle. Mezzogiorno. Negozio di surgelati.
Entro per prendere dei calamari, di cui vado pazzo.
Sulla porta una signora sui sessanta. Bionda e con due grandi occhi azzurri. Un po’ spenti, a dire il vero. Un fazzoletto di carta sulla fronte per arginare un caldo così forte, che non risparmiava nemmeno il negozio di surgelati. 

Portavo una copia del mio libro in mano. Avevo tentato di spedirlo ad un amico in Calabria, desistendo però dal proposito quasi subito, per la troppa fila e un accenno di rissa, che puntuale esplode a quell’ora, nell’ufficio postale del quartiere. 

  “Buongiorno”, mi dice.
“Buongiorno”, rispondo, “vorrei dei calamari”
Si avvicina stancamente al freezer e guarda con una curiosità un po’ inquisitoria la mia mano.
“Che libro è?”, mi fa.
“Ah! Si intitola ‘L’amore ai tempi della Telecom'”, le dico.
“E chi l’ha scritto?”, ribatte subito.
Non potevo aggirare l’ostacolo.
“Io”, le rispondo a metà tra il fiero e, credo, lo scocciato.
“Ah! Scrivi”, esclama con un entusiasmo pari a quello che ha un bambino di sei anni al primo giorno di    scuola, “E di che parla?”, seguita lei.
Niente, devo rispondere.

Con la coda dell’occhio guardo i calamari nell’enorme frigo, come a volermi refrigerare con loro e allo stesso tempo per dare a me stesso un valido motivo per resistere all’interrogatorio.

Cerco di riassumere il libro in due parole. Lo faccio per i calamari, che mi aspettano lì dentro da chissà quanto tempo.

  “E’ un racconto sulla mostruosità del lavoro”; mai stato più sintetico.
“E allora perché l’amore?”.
Niente. Non dava tregua.
“Perché il protagonista tenta di amare una collega, ma non ci riesce. Deve accorgersi che è impossibile    amare se ti trovi, come loro, all’interno di un istituto di pena. E l’ufficio dove dovevano lavorare, o far    finta di lavorare, per otto ore al giorno, per quarant’anni bene che vada, è l’equivalente di un istituto     di pena”.
Silenzio improvviso nel surgelati. Ecco, l’ho ammutolita. Ci sono riuscito.
Più triste di prima, sempre che ciò fosse stato possibile, si china verso quei poveri calamari come a volerli soccorrere.

  “Eeeeh!”, esclama un paio di volte.
Cominciavo un po’ a preoccuparmi. Avevo risposto con risolutezza insolita, ma non credevo di aver detto qualcosa di tragico.
“E’ successo qualcosa?”, le chiedo.
“Mio marito”, mi dice sprofondando poi nel silenzio.
“Suo marito cosa?”.
“Aveva lavorato una vita in questo negozio come dipendente con un unico sogno. Quello di comprarsi   il negozio. Trentacinque anni di lavoro per fare i soldi necessari. Poi lo ha comprato, e due giorni           dopo…è morto! Eeeeh!”
“Mi dispiace!”, le dico.
“Dunque hai scritto la verità nel libro”.
Non sapevo che dire.
“Vabbé signora, la veda positivamente, ha realizzato il suo sogno. Per un giorno, ma lo ha realizzato”
“Eeeeeeh!”, mi fa lei di nuovo e poco convinta.
Daje, penso dentro di me.

Pago. Ci salutiamo. Prendo i calamari e torno a casa.

Sarà stato il caldo, la rissa alla posta, i sospiri della signora, ma i calamari non mi hanno fatto impazzire. Li ho visti sotto una luce diversa. Sarà valsa la pena patire tutte queste sofferenze?

Una vita di lavoro, la moglie vedova e con la responsabilità di un negozio, il caldo, la rissa alla posta, per due calamari?

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