Via Veneto


Roma. Via Veneto. Ore sette e trenta.

Malgrado luglio sia iniziato da otto giorni, il tempo è incerto. Tutto sembra sospeso. Ogni cosa sta per iniziare, ma con una pigrizia infinita. Questa Via, una vola teatro della dolce vita, ora è lo spazio scenico di una recita, dove ogni figura umana sembra il riflesso di un ricordo. Di qualcosa e qualcuno che un tempo è esistito e che ora non esiste più. Come il vestito trasparente di un fantasma, che si diverte a lasciarsi indossare dai clienti degli alberghi.

Arrivano tutti inesorabilmente in questa Via i clienti, a reclamare e inseguire la vita che finora gli è sempre sfuggita e che qui sembra avergli dato l’ultimo beffardo e inconcludente appuntamento.

Gli unici già svegli sono i camerieri dei bar e quelli delle hall, che insieme ai facchini e agli uscieri, fuori dagli alberghi, dal Marriot, dall’Exclesior, con gilet sgargianti, livree e cappelli da pagliacci in testa, non vedono l’ora di servire, già dalle prime luci dell’alba. Che la ricchezza si sa, è uno stato transitorio e ognuno di loro è incoraggiato nella servitù, dall’idea che un giorno ci saranno loro nelle macchine che stazionano davanti agli hotels. Credono che come per una strana magia, il pulviscolo di quella ricchezza ostentata, un giorno li contaminerà, facendoli diventare signori e ribaltando l’etichetta. Così come le anziane devote della vergine, stazionano nei pressi delle statue della Madonna, fiduciose che almeno un pezzo di santità possa staccarsi dalle statue per finire sui loro vestiti.

Come le pie nella Chiesa, così i servi di Via Veneto credono che qualcun altro, prima o poi, aprirà loro la porta, caricherà le loro valige piene di cenci inutili pagati però mille euro l’uno e stenderà tappeti rossi come l’amore, o verdi come la speranza, sotto ai loro piedi. Gli stessi tappeti che per ora srotolano, fiduciosi nel futuro, davanti agli usci dei palazzi a ore, in attesta che inizino a calpestarli panciuti signori con il conto in banca almeno a sette cifre. Il rosso e il verde dei tappeti però, sono sbiaditi. Perché tanto l’amore, quanto la speranza, in questa via non abitano più, ammesso che vi abbiano mai abitato, come pure molti sostengono.

Fellini, Mastroianni e la Hayworth, sono solo fotografie dietro le vetrine e fuori tempo massimo. Alimentano la scenografia di uno spettacolo che non ci sarà più, malgrado tutti lo recitino con stanca e scarsa convinzione.

Da dietro i vetri si cominciano a vedere i primi commensali. Appena svegli, siedono al tavolo per fare colazione. Duecento stoviglie indistinguibili e luccicanti, dalle forme come ricami, ospitano lieviti, marmellate e pietanze di stucchevole fattura, che provano a farsi largo nelle bocche svogliate di coppie prive di sentimento e dei loro figli viziati. Reclamano una fame improbabile per quegli stomaci lì, tentando di farsi largo tra uno sbadiglio e l’altro e scontrandosi ogni volta con una sazietà tramandata da generazioni.

Sono tutti lì come comparse in attesa di girare un film che non si farà più, o che è stato già fatto, nel migliore dei casi. Non hanno fretta di continuare il loro tour del mondo. Lo hanno già girato in lungo e in largo. Guardando ogni volta tutto, senza mai riuscire a vedere nulla. Sono quasi rassicurati dalle fotografie di celluloide, che hanno l’aria di somigliare così tanto alle loro vite.

Poco più avanti, alcuni locali promettono pizza e lap dance. Hanno chiuso solo poco fa, con le prime luci del giorno. Spettacoli sexy e caviale, bistecche argentine e donne seminude esposte fianco a fianco come fossero carne di uno stesso macello. Sono lì per allietare gli uomini d’affari che fanno tardi in ufficio. Era già inutile il lavoro che svolgevano durante l’orario normale, figuriamoci quello fatto nelle ore di straordinario.

Manca poco alle nove e dai portoni dei locali escono maitresse sulla sessantina. Ormai impossibilitate a svolgere il mestiere, ma tenute su in grande spolvero dalla chirurgia estetica. Ci tengono a mostrare nelle loro scollature esagerate, quello che rimane della carne di cui sono proprietarie legittime, quasi volessero urlare al mondo il modo in cui sono riuscite a conquistarla, loro, la ricchezza.

Ancora il tempo di vedere qualche locale con le sedie accatastate e i sigilli, da poco strappato alla ‘ndrangheta e sono già le nove. La Via si comincia a popolare di uomini con cravatte penzolanti dalle mille bizzarre sfumature, abbinate per colore con i calzini. Si affrettano inutilmente verso il nulla, scaldando i motori dei cellulari. Già pronti ad imbastire inutili affari con altri uomini come loro sparsi nelle hall di tanti altri hotels del pianeta. Vortici speculativi privi di senso, che sono la loro sceneggiatura di sempre.

Gli uffici li aspettano: agenzie assicurative, immobiliari, banche, studi notarili e altre alcove di vario genere; che senza il loro dinamismo vuoto, sarebbero spacciati. Salgono veloci nelle stanze e lasciano le giacche. Poi riscendono a velocità supersoniche, con donne vestite come per un matrimonio, che non sarà mai il loro. Insieme si avviano al bar Strega per ordinare un caffè, o qualche altra cosa di cui non hanno voglia, perché l’importante in quella Via e a quell’ora, è ordinare qualcosa a qualcuno, o almeno dimostrare di saperlo fare, all’occorrenza.

Con i turisti di prima e con i ricchissimi ospiti degli hotels, finalmente svegli anche loro e anche loro al telefono con uomini e donne degli uffici di tutto il globo, si scambiano sguardi complici, come di chi sa che ognuno, in quella farsa, sta lavorando per l’altro. Affinché rimanga, alla commedia, almeno una parvenza di senso.

Ripenso a quella frase, secondo la quale, non sono le persone tatuate, ma quelle in giacca e cravatta a decidere le guerre che distruggono il pianeta e fanno milioni di morti, ma è un pensiero troppo dirompente. In grado, da solo, di far cadere il sipario. E’ invece chiaro che lo spettacolo andrà avanti. Anche perché, è opinione e convinzione di molti, a cominciare dalla tanta servitù di Via Veneto che reclama briciole di vanità con ambizione e desiderio; che siano proprio quei signori imbolsiti e in doppiopetto, con i loro affari, veri o presunti che siano, a mandare avanti il mondo.

A spingerlo. Sia pure verso il precipizio.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...