Adesso pedala


«Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo…»

Era la primavera del 1945 e Peppino ripensava alle parole di Badoglio di due anni prima, mentre pedalava come un forsennato verso la libertà, dalla Germania, dove era stato portato come prigioniero dopo il proclama di armistizio, fino a Roma, dove lo aspettavano la sua casa e la sua famiglia.

Quando vennero pronunciate era al fronte, in Grecia, impegnato nella campagna dei Balcani, voluta dal fascismo. Si rese subito conto che avrebbero significato la fine della guerra per quasi tutti gli italiani, ma non per lui e i suoi compagni.

Nel giro di pochissimo tempo i militari italiani, ottocentomila in tutto, vennero fatti prigionieri dai tedeschi e portati in Germania. L’esercito tedesco, fino all’8 Settembre del 1943 era alleato dell’Italia. Da quel momento in poi sarebbe diventato il nuovo nemico della nazione e i militari italiani, i nuovi nemici del nazismo: i traditori, i ‘verräter’. Quante volte aveva sentito urlare quell’odiosa parola: verräter’. Lui traditore non era di certo. Piuttosto era stato tradito. Due volte. Intanto nelle aspettative di ragazzo. Aveva cominciato a lavorare in un vini e oli a Roma. Gli piaceva il commercio e immaginava una bottega tutta sua, ma era stato spedito in guerra. Per la Patria, gli avevano detto. Ma cos’era esattamente la Patria? Ci credeva? Si e no, ma in guerra era dovuto andare lo stesso. Chi ti ci manda non chiede il tuo parere: ordina. Poi questa stessa Patria lo aveva tradito una seconda volta. Dopo averlo mandato a combattere, gli aveva cambiato il nemico sotto il naso, senza troppa cura di quello che sarebbe successo. Peppino cominciò a pedalare più forte, come se una voce gli dicesse: “Ora non ci pensare. Pedala”.

Ma i pensieri venivano fuori ugualmente, come il sudore. Non c’era verso di fermarli. Le ruote si lasciavano dietro le strade ancora bianche di neve della Germania meridionale. Era solo, in un’avventura di volontà intrapresa contro la storia e soprattutto contro il vento. Muto, per risparmiare il fiato. Tutto il coraggio nelle gambe.

Traditori. Così i tedeschi avevano preso a chiamarli. Non li avevano fatti proprio prigionieri. Altrimenti avrebbero dovuto trattarli secondo le regole previste dalla convenzione di Ginevra. Invece volevano vendicarsi. Allora coniarono una nuova definizione: italienische Militär-Internierte, Internati Militari Italiani. Né carne e né pesce. In questo modo potevano sentirsi liberi di mettere in pratica rappresaglie nei loro confronti, l’unica cosa che gli riusciva bene.

Dei quattrocentotrentamila soldati italiani che erano con lui nei Balcani, tredicimila persero la vita durante il brutale trasporto dalle isole greche alla terraferma. Ai sopravvissuti venne subito chiesto di collaborare con l’esercito tedesco. Chiesto non è la parola giusta. Dovevano scegliere con un mitra puntato alla testa. Così accettò di collaborare. Come lui fecero altri centotremila soldati italiani. Dei seicentomila che si dichiararono indisponibili a collaborare con il Terzo Reich, cinquantamila furono uccisi. Per lui furono due anni di vera e propria prigionia, dal ’43 al ’45; altro che italienische Militär-Internierte, ma perlomeno era riuscito a salvare la pelle.

Ora che la Germania era stata sconfitta e la guerra finita, poteva pedalare verso casa. Verso la vita. Una vita da riconquistare chilometro dopo chilometro. Pensò ai compagni che aveva visto morire e a quelli di cui non aveva saputo più nulla. Poi alla sua famiglia. Il padre, la madre, Riccetto: suo nipote. Li immaginava spesso da sopra al sellino. Sapeva che lo stavano aspettando. Chissà come stavano.

“La guerra c’è per tutti”, si disse, “per chi va al fronte e per chi rimane”. Rallentò il passo. Il pensiero che potesse essere successo qualcosa ai suoi non riusciva a sostenerlo. Doveva pedalare. Come sempre arrivò in suo aiuto la voce di dentro, che lo incoraggiava quando i pensieri si facevano più grandi di lui.

“Adesso pedala. Non pensare ai tuoi cari. Corri da loro piuttosto. Hai tanta strada davanti”.

Dei millecinquecento chilometri da fare, ne aveva fatti finora non più di duecento, ma erano pur sempre un inizio. Ad ogni chilometro sentiva i suoi sogni di uomo libero più vicini. Ce la poteva fare. Riprese a pedalare. Sempre più forte. Quasi gli sembrò di rivedere i suoi, ma mancavano ancora più di mille chilometri. Per ora poteva contare solo su due amiche. La bicicletta, con la quale stava tornando e la fame. Gli avrebbero fatto compagnia per tutto il viaggio. Non lo lasciarono solo nemmeno un istante. Specialmente la seconda. Per questo non ci pensò due volte quando l’autista tedesco che portava il camion di derrate alimentari glielo chiese, porgendogli uno sfilatino:

 – Brot? –

Non gli parve vero di sentire quella parola: “pane”.

Non ne aveva imparate molte di parole tedesche, malgrado fosse rimasto lì quasi due anni. Brot però l’aveva appresa quasi subito. Da ultimo aveva dovuto capire anche verräter, traditore appunto; che proprio non gli andava giù.

Il pane si, quello andava giù quasi da solo. Ogni tanto ci saliva sui camion, le rare volte che gli capitava di incontrarne qualcuno lungo la strada, militari o civili che fossero. Prima caricava la bicicletta, poi saliva lui. Piccoli passaggi. Dieci o venti chilometri, roba da poco su una distanza di millecinquecento, ma facevano la differenza. Significavano riposo, conforto e qualche volta cibo, come oggi. Anche se sapeva che prima o poi sarebbe dovuto scendere. Ogni volta rimontava sulla bici e riprendeva a pedalare. Stavolta, al momento di scendere, si fermò a guardarla, la sua amica bici. Era bella. Nera. Una Triumph. Si chiamava così: trionfo. Faceva quasi ridere questa parola. Disfatta avrebbe dovuto chiamarsi.

Ora però doveva riprendere il viaggio. In lontananza vide le montagne. Le conosceva bene. Prima di partire per la Grecia aveva prestato servizio militare a Merano. Anche adesso c’erano molti militari in giro. Avevano rotto le righe, come si dice in caserma. Sembrava che ognuno andasse per conto proprio. Come fosse una grossa festa. La vita che si prende la rivincita, che ricuce storie. Rivendicando per sé l’allegria e il futuro. Carezzò la bici e non ci fu nemmeno bisogno della voce interna a spronarlo. Pedalò e basta. Cominciavano le salite. Le Dolomiti non sono montagne da niente. Un po’ si scoraggiò. Questa volta al posto della voce vennero in suo aiuto tutti i campioni del ciclismo. Pensò ad ognuno di loro. Qualche volta gli era capitato di sentire le telecronache di Carosio. Girardengo-Bartali, Coppi. Non ne mancava nessuno all’appello. Tutti a incitarlo nella salita.A lui però non era richiesto di vincere. Basta vincere! L’aveva sentita gridare troppe volte questa parola dal balcone di Piazza Venezia e guarda com’era andata a finire! Era sufficiente che arrivasse in cima, anche lentamente. Tanto correva da solo in quella tappa.

Un po’ di salita l’aveva già fatta, ma era meglio trovare un passaggio. Vide passare un camion militare americano e salì a bordo. Lo portò in quota e lì potè dormire in un fienile, come spesso gli capitava. Malgrado avesse a disposizione solo una tinozza, fece comunque un bagno. Si sentì rinascere. Dopo il bagno voleva solo dormire. Nemmeno di mangiare aveva voglia. La mattina però un soldato americano gli chiese di nuovo:

  – Bread? -, mostrandogli ancora una volta il pane.

Disse subito sì e lo prese, divorandolo. Mentre lo mangiava pensò che gli americani e i tedeschi il pane lo chiamavano quasi allo stesso modo. Brot, bread. Al netto della pronuncia veniva ad essere quasi la stessa parola.

Al pane ci pensava sempre! Adesso doveva scendere. Scendere è più facile. La Triumph prese persino velocità. Si sentiva leggero. Mentre scendeva, per qualche momento, gli sembrò di vedere ai lati della strada i suoi compagni. Erano tutti lì, come gli spettatori del giro d’Italia, o del Tour de France, a fare il tifo per lui. Ora si che era autorizzato a sentirsi come Girardengo, Bartali e Coppi. Veloce come loro, con la stessa sensazione di successo dentro. La tappa più difficile stava per vincerla: tornare a vivere.

Arrivò fino alla pianura padana, quasi sospinto dall’inerzia della discesa. Giunto in pianura, sostituì i volti dei compagni con quelli dei famigliari. Immaginò di rivedere il padre, la madre e suo nipote, Riccetto. Pensando a lui sorrise. Si ricordò di quando quel ragazzino allora quattordicenne, poco prima che inziasse la guerra, aveva preso a fare il cascherino, a portare il pane con la bicicletta. Non fosse altro per il fatto che di mezzo ci fosse ancora una volta una bicicletta e il pane, si soffermò su quel pensiero. Ricordò che il primo giorno di lavoro, Riccetto venne letteralmente assalito dagli amici del quartiere. La fame era tanta e a tutti i ragazzi della borgata, non parve vero di vederlo con dieci chili di pane in una cesta. Fu un attimo e del pane non rimase nemmeno l’ombra. I giorni successivi Riccetto dovette andare a fare le consegne scortato dalla polizia.

Quando glielo aveva raccontato era scoppiato a ridere. Questo significava la guerra prima di tutto: fame. Tra poco avrebbe rivisto anche lui.

Quando Riccetto entrò a casa non gli sembrò vero di vederlo lì. Si abbracciarono. Peppino passava da un abbraccio all’altro. Notò che il nipote aveva con sé una valigia piena di sigarette americane. Si rese conto solo in quel momento, che non aveva fumato per dieci lunghi giorni. Fu un attimo.

– Che ci fai con tutte quelle sigarette? – , gli chiese.

– A dire la verità niente – , rispose Riccetto.

Poi Peppino guardò la biciletta, l’inseparabile amica di quei giorni.Se è vero che aveva significato libertà, è anche vero che ora gli ricordava la fatica. Così non ci pensò due volte e propose al nipote uno scambio: la bici per le sigarette e scambio fu.

Oggi, per lui finiva davvero la guerra.

Avrebbe ricominciato dal brot, o dal bread, ognuno lo chiami come vuole, il pane. Aprì un forno tutto suo per farlo e venderlo, perché non sarebbe più dovuto mancare, nella sua vita come in quella di tutti. 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...