La festa democratica e il rastrellamento delle pensioni


13 Luglio 2012. Festa dei democratici di Roma. Ex festa dell’Unità. Terme di Caracalla. Dove i romani giocavano a palla. In attesa della sentenza per i fatti di Genova, cosa fare? A casa no! Davanti al “palazzaccio” ad implorare giustizia? Ma se l’hanno chiamato “palazzaccio” un motivo dovrà pur esserci? Palazzo di giustizia e Parlamento, dunque, no. Non mi vedrete mai sotto i palazzi del potere a mendicare qualcosa ai principi di turno. Mi è capitato due volte in quarantatrè anni, una per ciascuno dei palazzi, di notte, con i bar chiusi, di farci la pipì sopra. Due momenti molto piacevoli della mia vita, a ripensarli oggi. Si potrebbe andare a Trastevere, Piazza Trilussa, ad attendere il compimento dell’ingiustizia, per vedere tutti insieme l’effetto che fa! E poi magari gridare ‘Aiuto, aiuto è scappato il leone, e vedere tutti quanti l’effetto che fa’. Non mi convince per niente. Lo sanno che non è giusto dare cento anni di carcere per qualche vetrina rotta. A chi poi? Agli unici che avevano capito, nel 2001, lo scempio economico, sociale, politico ed umano che si sarebbe consumato negli anni seguenti? Lo sanno i giudici che andrebbero premiati i ragazzi che rischiano la galera, altro che condanna! Lo sanno, ma stanno lì apposta. Per seminare altra rabbia e ingiustizia. No, non vengo anch’io. No, io no!

E allora andiamo a vedere la festa dei democratici. Ho tanto bisogno di democrazia. Da quelle parti è pieno. A cominciare dal nome. Ma si dai, guardiamo al futuro. Vediamo come vanno i preparativi per il nuovo governo. Distraiamoci con le primarie e le secondarie. Magari diranno anche qualcosa sul processo, mi dico. E’ un fatto così enorme. Qualcuno dovrà pur andarci oggi alla festa dei democratici. Sono pur sempre un giornalista. 

Arrivo. Parcheggio introvabile. Centinaia di “abusivi” mi intimano in arabo il luogo esatto per parcheggiare la macchina. Cominciamo bene! Meglio non dire niente però. Sennò i democratici li prendono e li sbattono in un CIE, o li rispediscono al Paese d’origine. Entro da dietro. Soldi non ve ne do. Ve ne abbiamo dati già tanti. Stand, gazebo e pozzolana. Facce spente. Disperate, ma senza darlo a vedere. Sopportano tutto con grande senso del dovere. Responsabilità. Profilo istituzionale. Profilo francese.

Primo cartello: Menù fisso di pesce 21 euro. Addirittura! Nemmeno da Alberto Ciarla a Trastevere trovavi prezzi così alti. Altro Stand, altro cartello: Tonnarelli cacio e pepe 12 euro. Peggio che andare di notte. Sembra di stare al ristorante della sora Lella, all’isola Tiberina, dove un supplì lo paghi sei euro. Neanche ci fosse dentro la carne del fratello, di Aldo Fabrizi. D’altronde, la responsabilità si paga.

Seguito a passeggiare digiuno, di stand in stand. Davvero ben assortiti. Spiccato senso del multietnico. Molti “standisti” senegalesi, parecchio Brasile, abbastanza Perù e tantissimo Maghreb. Praticamente la primavera araba secondo il PD.

Poi una voce dall’altoparlante.

   – La direzione della festa è lieta di salutare Anna Finocchiaro –

‘An vedi chi c’è’; mi dico in romano, quasi per ricordare a me stesso che mi trovo nella capitale. Quasi quasi la vado a sentire.

    – La direzione della festa è lieta di salutare Anna Finocchiaro -, ripeteva l’altoparlante come un disco.

Ho capito, ora vado. 

La serietà tutta d’un pezzo della Finocchiaro, mi portava alla mente il falso rigore teologico del cartello esposto nei tribunali: La legge è uguale per tutti.

‘Chissà com’è andata la sentenza?’, tornavo a chiedermi. ‘Cosa avranno sentenziato i giudici di De Andrè?’ Quelli con il cuore vicino al buco del culo, per intenderci. Non ho iPod o giapponeserie del genere, quindi non posso saperlo. Certo che se ci fosse stata una partita degli europei il PD avrebbe messo i maxi-schermi, ma di una sentenza sui fatti del G8 di Genova cosa vuoi che gliene freghi? O ragassi, siam mica qui per fare politica noi! Oppure lo dirà la Finocchiaro. Cos’è questo mio pessimismo. Lo dirà lei senz’altro.

Mi siedo al palco Caracalla. Dove i romani continuano a giocare a palla. 
Mi circondano signore imbellettate di tutto punto, che hanno sul volto all’incirca l’intera produzione annua della cosmesi mondiale. Tutte in attesa del grande evento. Come me.

  – A ballarò la vedo sempre -, dice una.
– A servizio pubblico e l’ultima parola invece non va mai, chissà perché? -, rispondeva un’altra ammiccando un sorriso ironico, col fare di una che di politica se ne intende.
– Io l’ho vista da Gad Lerner, su La7 –

Questo il tenore della discussione sotto il palco. 
Un’altra telefona a casa di una delle figlie, col cellulare.

  – Mi raccomando il gatto. Dillo alla filippina che domani deve portarlo a fare la vaccinazione –

Già, le filippine. L’unica nazionalità che non serviva agli stand. Le avevano lasciate a casa a lavare il sangue. Clean up this blood! Clean up this blood, contessa!

Per il resto, la platea era composta anche da qualche trentenne serafico, amorfo. Catapultato lì da una delle scuole politiche di Franceschini. Mentre i suoi coetanei erano in strada a fare politica vera. Veri e propri yes-man. Di quelli che le stanno dietro durante i talk-show. Lobotomizzati. Come avessero preso una dose spropositata di Prozac.

Nell’attesa della presidentessa di non si sa bene cosa, breve spettacolino teatrale su un amore lesbico. Recitano due donne. Una delle quali seminuda. A occhio e croce, non è la Finocchiaro. Il breve spettacolino infarcito di Escort e Bondage incontra il plauso degli astanti. Il mio no! Strano! Di solito sono sempre ben disposto di fronte ad un’attrice che recita in reggiseno ad una festa democratica. Stasera no.

Poi finalmente arriva lei: la Finocchiaro! L’idea di uno spettacolo omosessuale prima di far parlare una che si chiama Finocchiaro mi è sembrata da subito una gaffe spropositata. Imprudente. Non fosse altro per la capacità evocativa del nome. Vabbè! Lasciamo perdere.

La presidentessa arriva con due bodyguards. Scortata. Dietro le transenne. Una democratica ultrasettantenne le si avvicina. La tocca. Vuole scoprir se è vero, quel che si dice, intorno…Eh! Non c’è niente da fare. Continua a venirmi in mente Un giudice, di De André. Cattivo presagio. Temo il peggio. D’altronde. Come vuoi che sia andata in Cassazione, se il primo partito di sinistra, perché questo credono di essere, è ridotto così!

La Finocchiaro sfoggia un elegantissimo tailleur viola. Niente da dire. Se la facessero Presidente della Repubblica potrebbe fare la sua figura in tutti i G8 o G200 che seguiranno. 

Si siede al tavolinetto. Accanto a lei l’intervistatore: Massimo Franco. Corriere della sera. Organo ufficiale della serietà di governo. Un uomo tutto d’un pezzo, pensato apposta per stare al fianco di una donna tutta d’un pezzo. Due pezzi di non si sa cosa. Ufficiale e gentil donna. Dopo il teatro, il cinema all’aperto.
Scambio uno sguardo d’intesa con una coppia di pensionati che mi siedono accanto e che avevo sottovalutato.

   –  Pensare che dieci ragazzi rischiano il carcere per aver lottato davvero contro l’arroganza e l’ingiustizia – dico rivolto a loro. Lui annuisce. Lei anche. 

‘Ma perché questi due sono qui?’ Mi chiedo. ‘E io allora?’ Meglio non chiedersi niente. Essere clementi, mi rispondo. E’ comunque una buona notizia. Nessuno ormai è al posto giusto nel momento giusto. E’ per via del mondo globale. Del mondo liquido. Si fluttua tutti insieme nel senso.

Dieci minuti di anestesia le prime domande. Sembra di essere in uno studio televisivo. Non è chiara la differenza. Improvvisamente, un discorso della Presidentessa mi sveglia dal coma.

   – In questi mesi tormentati, abbiamo dovuto prendere decisioni difficili, impopolari. In breve tempo. C’era la necessità di rastrellare i soldi dove sapevamo di trovarli. Lo so, è stata dura, ma non avevamo scelta. Era difficile prenderli con la patrimoniale, o recuperare l’evasione fiscale. Non potevamo che agire sulle pensioni con la legge Fornero –

Non ci posso credere. L’ha detto. Nel pieno dell’imbarazzo, ma l’ha detto. Una vera e propria confessione in pubblico. Rastrellato! Ha usato proprio questo termine!

‘Costituitevi’, mi verrebbe da gridarle. Questa si che è ‘DEVASTAZIONE E SACCHEGGIO’.
E’ un attimo. Mi alzo. Mostro una faccia disgustata ai due pensionati che, inaspettatamente, si alzano schifati anche loro.

   – Arrivederci! -, dico ad alta voce andandomene. Aggiungendo con la mano un gesto del tipo: Ciao core!
– Che vergogna! Hanno fatto tornare i conti del Paese sulla nostra pelle, sulle nostre pensioni – aggiungono i due anziani signori ad alta voce, seguendomi. 

Breve imbarazzo della platea. Forse anche dei due sul palco, ai quali ormai do le spalle. Per un attimo l’Italia s’è desta davvero. Una momentanea sospensione dal coma collettivo. Ma è solo un breve momento. Una folata di vita in una serata torrida. Nulla più. Mi allontano.

Prima di uscire definitivamente, mi imbatto in una delle tante coppie presenti alla festa democratica. Ne vedi una, le hai viste tutte. Di quelle che il venerdì sera escono distrutte dall’ufficio e il sabato mattina sono già in fila sul raccordo, alle sette e un quarto, per andare all’Ikea. Avevano visto la reazione che avevo avuto ed erano rimasti basiti. Contrariati. Qualcuno aveva osato opporsi alla Presidentissima alzandosi e alzando la voce. Una reazione profondamente antidemocratica, avranno pensato. Non solo per i due democratici del nuovo millennio erano di sicuro giusti gli anni di galera comminati a dieci ragazzi, per una vetrina rotta contro i massacratori della Terra durante il G8 del 2001; fosse stato per la coppia democratica in questione, i giudici avrebbero dovuto processare anche me e i due anziani ribelli, per aver turbato con un sussulto di senso, il bon ton della serata.

Hanno seguito per tutto il tempo, la nostra uscita dall’arena con sguardi inquisitori. Il figlio piccolo della coppia, gli ronzava intorno e cercava di dargli manforte. Così replicava gli sguardi cattivissimi dei genitori nei miei confronti e nei confronti dei due pensionati che se ne andavano via disgustati insieme a me.

A un certo punto, il loro cucciolo d’uomo mi si para davanti, con la faccia da birba. Scimmiotta moine con il corpo, come a volermi impedire l’uscita. Sorrido, gli faccio anche un accenno di carezza, ma dentro di me penso: ‘Certo che sei proprio stronzo pure te. Bello che piccolo!’

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