L’epimenide


Per due anni sono stato cultore della materia alla cattedra di Filosofia Teoretica dell’Università la Sapienza di Roma. Voi direte: e chissenefrega! Era un preambolo. In quella circostanza ho tenuto un corso monografico sulla realtà-virtuale. Naturalmente ho anche esaminato gli studenti alla fine del corso. In qualche caso, non solo per la mia parte monografica, ma anche per quella generale.

Uno dei libri di testo che andava portato all’esame era ‘La porta di Parmenide’, di Antonio Capizzi. Sui filosofi greci in età presocratica. Voi direte: e chissenefrega un’altra volta! Era un altro preambolo.
Ad un certo punto mi sono trovato di fronte ad una situazione che temevo. Alla più classica delle situazioni cui può trovarsi di fronte un docente di ventinove anni che si appresta ad esaminare suoi coetanei. Si presenta alla sessione di Luglio una studentessa che definire bellissima significa approssimare per difetto. La sua abbronzatura provocò gli smadonnamenti di tutti lì dentro. Sembrava avesse scelto la cattedra di filosofia per mettere ognuno degli accaldati, emaciati e provati filosofi e futuri filosofi, di fronte alla più importante questione teoretica di sempre: ‘ma vale la pena perdere tutto questo tempo sui libri quando invece è possibile prendere così tanto sole sulla pelle in ore e ore di esposizione sulla riva del mare?’.
Avrei voluto parlarvi accuratamente dei suoi vestiti, ma io, di vestiti, non ne ho visti. Quanto meno non ne ho memoria. La minigonna invece la ricordo. Non fosse altro perchè era così accennata che mi sarebbe venuto voglia di dirle: ‘Scusi. Ma perchè l’ha messa? Aveva fatto tanto! Bastava solo un po’ di coraggio in più e il suo gesto sarebbe stato addirittura irreparabile”.
Ero di fronte al più difficile esame della mia vita. Ho capito subito che ero io quello sottoposto ad un esame, non lei. Mi sforzai con tutto me stesso per essere professionale e inclemente. Oddio, inclemente no! Imparziale! Giusto! Insomma un po’ di confusione cominciava a farsi sentire. Pensai di iniziare da un argomento a cavallo tra il corso e la parte generale. Lei aveva preso a sorridermi e a sistemarsi in continuazione sulla sedia nel tentativo, fuori tempo massimo, di allungare il tessuto della gonna.
‘Buongiorno’ dissi ricambiando il sorriso. Se non lo avessi ricambiato sarei stato scortese. L’avrei discriminata per la sua bellezza ostentata, invece di favorirla. Un errore di segno opposto, ma pur sempre un errore. Che esame difficile.
‘Buongiorno professore!”, mi rispose quasi ridendo. Ironizzando un po’ sulla parola professore. Come fosse inappropriata per un ragazzo più grande di lei di pochi anni.
‘No! Buongiorno!”, dissi allora con fare perentorio, quasi tragico. Come a dire, non facciamo casino che questa è una cosa seria.
‘Ah vabbè!’ disse lei continuando a sorridere.
Ah vabbè? Ma che risposta era? Bò! Cominciava a starmi persino simpatica. O antipatica? Non so dire. Sentimenti contrapposti. Tipico dei principi di innamoramento.
“Mi parli di Epimenide”
Colsi sul suo volto un imbarazzo esagerato. Eccessivo. Qualcosa che avrei detto riconducibile al sesso. Ma poteva essere una mia proiezione. Cominciavo davvero ad andare in confusione. Il fatto è che comparve sulle sue guance un rossore così intenso, che riuscì nell’arduo compito di sovrapporsi per un tempo lungo al nero dell’abbronzatura. Insomma, un tramonto.
“Imenide?”, mi chiese sconvolta dopo un po’.
“Ma che imenide e imenide, Epimenide, E, con la E. Epimenide è un filosofo. L’imenide, per così dire, è un’altra cosa”, dissi con un tono così autoritario e serio che per fortuna non ho più ritrovato nella mia vita.
Di tutta risposta riprese a sorridere. Anzi proprio a ridere, sia pure con molto imbarazzo.
“Si! Che sciocchezza ho detto! Scusi professore il fatto è – e cominciò a scorrere l’indice del libro e le pagine – che E-PI-ME-NI-DE – e sorrise di nuovo – non è riportato tra i presocratici”. Era un presocratico, ma il libro non lo riportava. Pensavo potesse saperlo perchè con i suoi paradossi si ricollegava alla realtà-virtuale. Aveva ragione lei. Ero un po’ dispiaciuto per l’accaduto. Dispiaciuto per me e per lei. Come sempre capita in un rapporto d’amore. A quel punto le chiesi di parlarmi di due presocratici a piacere. Partì velocissima.
Mi raccontò di Anassimene e Anassimandro come fossero i suoi vicini di casa. I bagnini dello stabilimento dove si era abbronzata. Sapeva tutto. Collegava argomenti, intrecciava pensieri. In dieci minuti aveva catapultato i sensi degli astanti dalla vista all’udito. Molti gruppetti misti che già avevano preso a spettegolare sui suoi presunti metodi di adescamento del professore si sciolsero alla spicciolata.
Feci altre due domande sui testi del corso monografico e ribattè colpo su colpo.
Ci pensai un po’, ma neanche troppo.
‘Trenta’. Poi cominciai ad avere qualche dubbio. ‘Avrei voluto darle la lode ma…’
‘Bè è giusto – disse lei ancora sorridendo – per via dell’imenide’
Risi anch’io. Di gusto. Talmente tanto che dovetti fermarmi, perchè il gruppo degli spettegolatori si andava formando di nuovo. Beatrice, si chiamava così, si alzò e andò via. Sulla porta si girò per sorridermi ancora. Avrei dovuto alzarmi e correrle dietro mollando tutti e tutto come è giusto fare in casi del genere. Invece sono rimasto lì a dare i numeri: “22, 24, 30, 20, 28”.
Quell’esame mi ha insegnato per sempre due cose. Che tra Beatrice e il Paradiso qualche legame deve senz’altro esserci e che bisogna scegliere sempre attività lavorative che consentano di baciare durante il servizio

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...