La figlia dell’orologiaio


Il negozio del padre esiste da sempre. Nessuno nel quartiere ricorda con esattezza il momento in cui è stato aperto. Per ogni negozio c’è una storia, ci sono ricordi, racconti; ma non per l’oreficeria del padre.
Dentro vi lavorano lui, la moglie e lei, la figlia. L’età dei tre è indecifrabile. Il tempo non passa mai sui loro corpi e teme le loro anime. Se passa, lo fa senza lasciare tracce. La figlia dovrebbe avere più di trent’anni, ma non è possibile affermarlo con certezza. L’orefice e la moglie credo vadano, o siano da tempo, sulla settantina.
Sempre chiusi nell’oreficeria, mattina e pomeriggio. Fino alla sera, quando, sia pure controvoglia, escono, desiderosi solo di ricominciare l’attività il giorno seguente.
Li separano dal mondo due porte blindate. Passando davanti alla vetrina vedo i loro occhi, che danno sempre una sbirciata veloce ai miei, come in un desiderio misto a disincanto, di voler controllare che il mondo fuori proceda anche senza di loro.
La moglie si muove lentamente, spolverando tutti gli oggetti, dal primo all’ultimo. Ogni giorno ricomincia il giro.
L’orefice è invece perennemente piegato sul banco, intento alla riparazione di orologi. Attività, questa, che la moglie non ha mai seguito, come se fosse un privilegio per soli uomini. Hanno avuto una sola figlia. Così, credo, si sia dovuto rassegnare. Volendo dare un seguito al mestiere, avrebbe dovuto insegnarlo a una femmina.
Nelle vetrine, insieme a collane, anelli e bracciali molto classici e seri, sono in mostra centinaia di modelli di orologi. Di tutti i continenti e di tutte le epoche. Li accomuna solo la funzione e il fatto di essere stati riparati da lui. Li espone come trofei, a testimonianza della sua antica arte. Ce ne sono in oro, in argento e forse anche in mirra.
A quanto ne so, solo lui, durante la giornata di lavoro, è delegato dalla famiglia ad uscire. Lo fa con il suo inseparabile camice, avviandosi professionalmente fino alla fine della strada, dal giornalaio, dove acquista regolarmente un quotidiano. Di rado, scambia una battuta con il titolare. Il giornalaio e gli avventori ricambiano sempre, quando ciò, miracolosamente, avviene, come stupiti dal prodigio. Lo fanno sentire uno della truppa. Lui sembra dir loro tra le righe: ‘non temete, sono uno dei vostri’; e quelli sembrano rispondergli: ‘lo sappiamo, lo sappiamo’.
Di questi saluti, che sempre accompagna a goffi tentativi di essere spiritoso, ne farà al massimo quattro in un anno. Ne parlo perché a uno di questi ho avuto il privilegio di assistere; ma volevo raccontarvi della figlia.
E’ cresciuta nella gioielleria, come un anello che diventa collana.
Lì ha preso il latte, ha imparato a leggere, a scrivere e a fare di conto. Sempre lì dentro, ha giocato a fare la principessa con la mamma e il papà e prima che morissero, anche con i nonni; non le mancavano certo i gioielli.
Nel negozio ha imparato a sorridere ai clienti, ma senza esagerare. Con il giusto profilo che conviene alla figlia dell’orefice.
Qualcosa però deve esserle successo. Se non ricordo male, una decina d’anni fa. Perché la vita non la fermano di certo le porte blindate. Viene a cercarci ovunque, reclamando di essere vissuta.

Doveva avere circa vent’anni. Deve aver sentito qualcosa dentro. Per un periodo era sempre fuori dal negozio, con la scusa di pulire la vetrina. Sorrideva, con un sorriso di straordinaria disponibilità al mondo. Ecco, non so dire che età abbia adesso e neppure quanti anni avesse prima di allora, ma in quel periodo aveva certamente vent’anni.
Aveva anche preso a indossare abiti diversi, che incontravano volentieri lo sguardo dei passanti. Durò qualche tempo. Poi qualcosa cambiò improvvisamente. Il padre era nervoso. Un nervosismo impercettibile, intendiamoci, così come molto graziata era la primavera della figlia, ma lo si notava.

Per un periodo, l’orefice, o orologiaio che dir si voglia, aveva persino smesso di andare dal giornalaio. La madre sembrava più comprensiva, come spesso capita che siano le madri. Puliva sempre i gioielli, ma meno meticolosamente, come se pregustasse la fine imminente di questa lunghissima messa in scena. Non così lui. L’idea di quella fine deve averla respirata anche il padre, nel periodo in cui la figlia cercava di incontrare il mondo. Non deve essergli piaciuta molto. Allora ha provato a interpretarla. Si è rassegnato definitivamente all’idea di non aver avuto un maschio e ha cominciato a rivelare i suoi segreti a lei. La addentrò, con pazienza, nel mestiere. Fu così che lei dovette tornare al di là delle porte blindate, a contatto di gomito con grandissime casseforti. Nel luogo dove il tempo sembrava essersi fermato da sempre e per sempre; seguendo il destino delle lancette degli orologi che il padre ora, vincendo la sua disposizione al segreto, gli insegnava a riparare.
Da quel momento in poi, l’orefice sembrò tornare alla normalità.
Arginò la paura di veder portare via la figlia dal vento della vita, ripetendogli ogni giorno un messaggio cifrato, nascosto da piccoli cacciavite, molle infinitesimali, lenti d’ingrandimento di tutte le grandezze e mille altre diavolerie del genere, che in definitiva deve essere stato questo: “Davvero vuoi farti portare via dal tempo? Davvero vuoi andare tra le braccia di questo impostore? Proprio tu? Che sei figlia di chi il tempo lo domina fino a ripararlo? Davvero vuoi prenderti la briga di rompere questi oleati meccanismi che durano dall’eternità e per l’eternità e sono argine agli sconquassi della vita? Non vedi come sono preoccupati i clienti quando vengono da noi a portarci gli orologi? Anche quelli preziosi, per loro, non valgono più niente. Hanno perso senso. Non misurano più l’ora. Per questo li lasciano a noi, perchè sappiamo il mistero che è in grado di restituirgli senso e valore. Senza il nostro tempo sono tutti disperati. Non saprebbero più a che ora andare a prendere i figli, farebbero tardi al lavoro, diserterebbero gli appuntamenti. Sono schiavi di questi oggetti che troppo sbrigativamente mettono ai polsi. Noi no! Noi conosciamo il segreto del tempo. Qui da noi non passa. Quando ci vede cambia strada. Tutta la nostra vita è pensata per essere indifferenti a lui e tu vuoi cadere nel suo vortice?”
Non credo che il discorso l’abbia convinta più di tanto, ma si è velocemente rassegnata. Si è fatta triste. E’ molto invecchiata. In pochi anni sembra avere ora la stessa età del padre e la madre, che al contrario, effettivamente, sembrano davvero conoscere la formula per incantare i minuti, le ore e gli anni.

Non esce più dal negozio se non con loro. Per pulire la vetrina fuori, hanno chiamato una ditta. Questa sua veloce fioritura, le ha lasciato solo una sfumatura di complicità con la madre. Ora con lei si sono divisi gli oggetti da spolverare. La figlia gli orologi, la madre i gioielli.

Quando mi capita di incrociarla, mentre va al garage con i genitori per riprendere l’automobile e tornare a casa dopo il lavoro, il suo sguardo è basso. Ha capito che conosco alla perfezione e stimo come la cosa più preziosa al mondo, quel vento di vita che per così poco tempo l’ha attraversata. Dal suo sguardo si capisce l’estrema sofferenza che ospita ogni giorno nel corpo e nei pensieri, spiegabile solo con la sua dose incredibile di sopportazione.

Eppure sono sicuro di aver letto in quello sguardo rassegnato, la determinazione della vita, che non solo passa da ognuno, ma offre ad ognuno infinite possibilità. So già che un giorno guarderà con amore le lancette ferme e svelerà al padre l’eterno inganno in cui è vissuto. Rivelerà in un attimo a se stessa e a lui che esiste un tempo oltre la nostra idea di tempo. Un tempo immenso e insondabile che non si lascia portare al polso, o appendere ad una parete. Che conosce alla perfezione le combinazioni di tutte le casseforti. Il tempo di vivere.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...