Macelleria sociale


La linguaccia

‘Chi parla male pensa male e vive male’. Così tuonava Nanni Moretti in Palombella rossa qualche tempo fa. Da allora abbiamo fatto molti passi in avanti. Nei nuovi vocabolari la nostra magnifica lingua è sistematicamente ridotta alla sua caricatura. E’ diventata una vera e propria linguaccia. Cominciamo dall’ultimo termine con il quale i media hanno preso ad assillarci. Dalla ‘macelleria sociale’. E’ il nuovo mantra che ogni politico, giornalista, rappresentante sindacale, deve recitare per dimostrare alla collettività di aver capito l’antifona generale. ‘Il governo si appresta a fare provvedimenti ispirati alla macelleria sociale’, denuncia il capo dell’opposizione. ‘Basta con gli accordi che aprono ad una vera e propria macelleria sociale’, blaterano i rappresentanti dei lavoratori. Cosa sia in realtà la ‘macelleria sociale’ di cui tutti parlano non è dato saperlo. Per molti anche a Genova, nel 2001, dentro la scuola Diaz, si è consumata “una vera e propria macelleria sociale”. A dire il vero qualcuno ha anche scritto che si è trattato “della più grave sospensione dei diritti umani in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Ma la frase è troppo lunga. Non è notiziabile. Aiuta persino a comprendere. Meglio ‘macelleria sociale’. Facilita la confusione. E’ un termine che le agenzie giornalistiche battono volentieri. Entra facilmente negli aggiornamenti delle notizie ‘in tempo reale’ da far scorrere sulle tv. Nel termine ‘macelleria sociale’ il significato è crollato definitivamente. Ad un primo impatto sembra evocare “l’Italia dell’arti e de’ mestieri”. Il macellaio, il pescivendolo, il maniscalco. Come far capire al villaggio globale che è in atto un riassetto planetario degli equilibri produttivi e di potere? Passando dal villaggio globale alla saracinesca della macelleria sotto casa. Il termine potrebbe persino sembrare rassicurante. Le nuove classi dominanti non dichiarano l’intenzione di licenziare. Non sono contro il lavoro. Sono oltre. I nuovi modelli economici puntano direttamente a fare del lavoratore ‘carne da macello’, tanto per rimanere in tema. Già qualche tempo prima avevano provato a farlo capire. Avevano parlato di ‘spezzatino aziendale’. Riferendosi alla possibilità di ridurre aziende grandi in aziende sempre più piccole. Adesso lo ‘spezzatino aziendale’ è arrivato nella ‘macelleria sociale’.  Esiste un procedimento più lineare? Per anni il pubblico è stato portato ad interrogarsi su casi di cronaca efferati raccontati con dovizia di particolari. Sembravano casi individuali isolati. Con la macelleria sociale invece, l’orrore diventa un’opportunità collettiva. Eppure esiste un possibile riscatto per questa aberrazione linguistica. Basta provare ad immaginare davvero una ‘macelleria sociale’. Con tanto di insegna sulla saracinesca. Tutti possono entrarci e con cifre ragionevoli portare via il cibo quotidiano necessario. Una macelleria a carattere sociale. Mica male. In questo senso sarebbe bello che ci fosse anche una ‘pescheria sociale’, una ‘frutteria sociale’ e così via. Solo in questa accezione se ne potrebbe parlare.

Carmelo Albanese

2 pensieri su “Macelleria sociale

  1. davidedepalo

    il manifesto | Autore: Gigi
    Roggero

    Il format della creatività
    Tra prestiti d’onore, scomposizione della conoscenza in moduli e mito
    dell’autoimprenditorialità. La formazione ridotta a fabbrica del sapere è una tendenza globale. Un saggio del filosofo Gerald Raunig Cosa succede quando il sapere sociale generale è diventato una forza produttiva immediata? È questa la domanda da cui muove Gerald Raunig nel suo Fabbriche del sapere, industrie della creatività (ombre corte, pp. 140, euro 12). Il titolo va spiegato. Il concetto di fabbrica, sottolinea l’autore, indica addensamento, assembramento, territorializzazione: di forza-lavoro, di
    sfruttamento, di lotte. È un aspetto che sembra disperdersi nella produzione diffusa, ma ritorna continuamente nelle forme di resistenza e di organizzazione. Allora, se il termine «fabbrica del sapere» spiega solo fino a un certo punto l’università oggi (prestandosi all’equivoco di confondere per neo-taylorismo la cattura di un sapere vivo che eccede strutturalmente
    le tradizionali forme dell’organizzazione capitalistica), è invece politicamente decisivo per porre l’interrogativo politico di quali siano i luoghi del conflitto dentro la metropoli produttiva.

    In questa cornice Raunig può individuare le principali tendenze dell’«università modulante»: misurazione del sapere, della ricerca e delle forme di vita, aumento dei costi e indebitamento, trasformazione dello
    1
    studente in azionista della propria precarietà, licealizzazione e dequalificazione della conoscenza, creazione di nuove gerarchie, trasfigurazione dell’autonomia in libertà di impresa, feticizzazione dell’eccellenza, standardizzazione e blocco della «forza-invenzione». Non sono caratteristiche che riguardano esclusivamente le istituzioni private, anzi è il pubblico a governare l’aziendalizzazione: «Il venir meno dello Stato non è affatto un ritirarsi; esso si concretizza come comando e controllo sui processi di economizzazione delle università».

    Il mito dell’indipendenza
    Del tutto simili le tendenze alla «modulazione della creatività»: insicurezza e precarizzazione, esaltazione dell’auto-imprenditorialità e conseguente riduzione dei costi della forza lavoro. Anzi, il mito dell’indipendenza dell’artista diventa merce di scambio per abbassare i livelli salariali. D’altro canto, che non ci sia nulla di liberatorio nelle creative industries, che il lavoro cognitivo sia impregnato di sfruttamento e comando, ce lo ricordano le depressioni, i disturbi psichici e l’aumento di farmaci legati all’insicurezza, alla misura della performance imposta ai
    «creativi». L’impresa, aggiungiamo, è oggi innanzitutto l’organizzazione
    delle psicopatologie attraverso cui la cooperazione sociale viene frammentata e messa a valore. E chi critica il gioco, scrive l’autore, ne viene tagliato fuori attraverso l’esclusione da fondi e finanziamenti, cioè dall’accesso al reddito.

    Raunig, filosofo viennese e autore del volume Art and Revolution pubblicato dalla casa editrice Semiotext(e), si muove nella direzione opposta ad Adorno e Horkheimer: dove questi vedono la passività e l’assoggettamento del lavoro vivo al lavoro morto, lui osserva invece la riappropriazione del secondo da parte del primo. A differenza di ciò che era per il Marx dei Grundrisse, l’intellettualità macchinica oggi è lavoro vivo, che si sta riappropriando del capitale fisso. Così, le lamentele francofortesi sulla perdita della libertà imprenditoriale nell’industria culturale, ironizza Raunig, sono
    state recepite in modo perverso: i creativi sono costretti a diventare auto-imprenditori della propria miseria.

    Detto questo, come si rompono gli apparati della cattura? Per provare a fornire tracce e ipotesi, Raunig invita a «immergersi» nelle lotte. Solo qui dentro è possibile usare i concetti per quello che sono: arnesi politici per forzare la realtà. All’opposto, l’«università modulante» funziona come macchina di depoliticizzazione del pensiero e la pratica teorica
    «rivoluzionaria» viene tradotta e immunizzata dentro recinti disciplinari,
    ovvero di proprietà accademica: privato del conflitto e dell’immanenza alla composizione di classe l’operaismo diventa «Italian theory», mentre Deleuze e Foucault sono trasformati in innocui profeti del postmodernismo e della governance neoliberale. Ecco perché, sostiene l’autore, è necessario disertare, che non significa affatto abbandonare l’università, ma lottare per spazi di autonomia al suo interno e, allo stesso tempo, di autorganizzazione al di fuori delle istituzioni esistenti.

    Alla conquista del tempo
    Questa tensione si incarna nei movimenti studenteschi, dall’Onda anomala in Italia alla mobilitazione contro il «Bologna Process» in Austria, così come nelle pratiche costituenti transnazionali, dal Nord Africa alle acampadas fino a Occupy. Le stesse occupazioni – dalle università alle piazze – divengono «macchine sociali». A partire dalle lotte degli intermittenti dello spettacolo in Francia, dalla peculiarità della merce cultura e dalla possibilità di una «riappropriazione selvaggia del tempo», Raunig si chiede poi come sia possibile costruire uno «sciopero dell’arte». E del resto, il nodo della reinvenzione della forma sciopero vive nelle occupazioni dei lavoratori dell’arte e dello spettacolo in Italia.

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    A dimostrazione che nulla viene concesso al pensiero molle, nel libro
    ritorna continuamente il problema dell’organizzazione. La questione non solo resta ovviamente aperta, ma la sua impostazione va discussa e approfondita. Fa bene Raunig a sottolineare che la riterritorializzazione non è mai un ritorno alle radici, alle origini, alla patria perduta o immaginata. È una tentazione forte, nella crisi e dentro i movimenti sociali, quella di rinchiudersi nella sicurezza dei propri luoghi e delle proprie comunità, nel sollievo tribale delle isole nella rete, si chiamino centri sociali o localismi municipali. Illusioni romantiche, disperate o reazionarie: a casa non si torna, la rottura prodotta dai movimenti conflittuali del lavoro vivo e del capitale è irreversibile. E tuttavia il problema non è solo «scalfire» lo spazio, ma creare nuovo spazio comune. È in questo senso preziosa la suggestione della fabbrica, spogliata da ogni stucchevole nostalgia industrialista: come combinare la deterritorializzazione della produzione
    del sapere alla riterritorializzazione del conflitto, l’estensività della
    cooperazione sociale all’intensità dei processi di organizzazione? Se non vogliamo fermarci all’estetica dei flussi o alla sociologia dell’evento, l’inchiesta va condotta sugli assemblaggi delle lotte, sui nessi delle concatenazioni, sui dispositivi di ricomposizione.

    Una povera dialettica
    I movimenti degli ultimi due anni, infatti, sembrano già oltre la dialettica tra macropolitica e micropolitica: sciame e forma moltitudinaria non sono un traguardo, bensì il dato costitutivo della lotta di classe contemporanea. L’opposizione tra molare e molecolare rischia dunque di restare intrappolata in quel campo di forze che l’egemonia del comune spiazza. Dal punto di vista delle lotte, parlare di spazio e tempo significa affrontare il nodo della durata e della rottura, cioè delle istituzioni autonome. Qui sentiamo risuonare il canto di Giuseppina, protagonista del racconto di Kafka utilizzato nel libro per evocare il rapporto tra singolarità e moltitudine. Ed è in questo orizzonte segnato dai movimenti, nella loro azione al
    contempo destituente e costituente, che dobbiamo far risuonare in modo
    marxiano le annotazioni di Raunig: «i nuovi wobblies non saranno più i lavoratori del mondo, ma piuttosto i lavoratori industriosi del mondo». E quindi: lavoratori industriosi del mondo, unitevi!

    singolarità qualunque http://immaterialiresistenti.noblogs.org

    [][][][]][
    NEUROGREEN – neurogreen@liste.comodino.org
    ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen

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